Due
giovani rampolli della nobiltà bresciana, Aymo Maggi, ventitreenne
e Franco Mazzotti, ventiduenne nel 1926 permisero la nascita della
Mille Miglia.
I ragazzi ogni settimana con le loro Bugatti e Isotta Fraschini
gareggiando con il treno "diretto" a Milano, in quello
che era il covo degli appassionati di automobilismo: il Biffi
in Galleria.
Qui tra semplici entusiasti, giornalisti sportivi ed i campioni
di passaggio, Nuvolari, Borzacchini, Brilli Peri, Varzi, Danese,
decisero di far qualcosa per restituire a Brescia il ruolo che
le competeva nel mondo dell'automobilismo.
Presero
contatto, nel dicembre del 1926, con un altro bresciano, Renzo
Castagneto, trentaquattrenne, uomo di innate doti organizzative
e di spettacolo, Segretario della costituenda sede bresciana del
RACI, Regio Automobile Club d'Italia (della quale Mazzotti sarebbe
stato designato presidente), ed il trentino, milanese d'adozione,
Giovanni Canestrini, trentaduenne, redattore della Gazzetta dello
Sport, primo giornalista specializzato d'automobilismo.
Composto il gruppo, poi noto come i "Quattro Moschettieri",
ipotizzarono diverse soluzioni.
Vivevano in un decennio di grandi ardimenti: erano gli anni delle
imprese gloriose, dalle spedizioni in dirigibile di Nobile al
Polo Nord, alla trasvolata di Lindbergh sull'Atlantico, di record
di velocità per cielo, per mare e per terra. Le brillanti
gesta sportive accendevano d'entusiasmo i nostri giovani "Moschettieri".
Scartata l'idea di riprendere alcune delle famose gare automobilistiche
bresciane del passato (la "Grande Corsa su strada" del
1899, le celeberrime "settimane" di inizio secolo, le
"Corse di Brescia" del 1905, gara per la quale venne
assegnata la prima "Coppa Florio"), dovettero accantonare
anche il proposito di ridare vita al Circuito di Brescia, noto
come "Fascia d'Oro", approntato nella brughiera tra
Montichiari e Ghedi, lungo il quale era stato disputato il primo
"Gran Premio d'Italia", dato che il bresciano Arturo
Mercanti (mai perdonato dai concittadini, tanto da prender parte
alla Mille Miglia con lo pseudonimo di "Frate Ignoto"),
intuendo il successo delle corse in circuito, aveva da poco inaugurato
l'Autodromo di Monza. Non potendo ripetere un "Giro d'Italia",
disdegnando di imitare una gara di regolarità, per quanto
durissima, come la "Coppa delle Alpi", apparve evidente
la necessità di creare qualcosa di assolutamente nuovo
e sensazionale. Il percorso ideale, duro e selettivo (debbono
essere tenute in considerazione le condizioni delle strade dell'epoca
e la scarsa affidabilità delle vetture), venne presto individuato:
Brescia-Roma-Brescia. Tale percorso rispondeva ad alcuni requisiti
fondamentali: coinvolgeva mezza penisola offrendo la possibilità
di scelta tra più tracciati, seguiva il costume del periodo
che pretendeva di far convergere tutto sulla capitale e, cosa
più importante, assegnava a Brescia, il ruolo di protagonista.Non
restava che trovare un nome alla gara; Franco Mazzotti, reduce
da alcune gare automobilistiche negli Stati Uniti, accorgendosi
che il percorso sviluppava circa 1600 km, propose immediatamente
"Coppa delle Mille Miglia". L'unica opposizione venne
dal timore di essere accusati di esterofilia, ma Canestrini ricordò
come anche l'Impero Romano fosse misurato in miglia e il nome
fu approvato. La Mille Miglia era ufficialmente nata. Presero
così il via i lavori di preparazione, tra una serie di
difficoltà e malumori superati grazie al supporto della
stampa milanese (la "rosea" si schierò con i
nostri quattro fin dall'inizio) e soprattutto all'appoggio politico
di Augusto Turati, un bresciano allora segretario del Partito
Nazionale Fascista. Ebbe così inizio un'epopea che vide,
nelle tredici edizioni anteguerra e nelle undici dal '47 al '57,
i campioni più celebrati e le migliori automobili confluire
a Brescia da ogni parte del mondo per schierarsi, agli ordini
di Castagneto, nel punto che i corrispondenti forestieri amavano
chiamare viale Rebuffone, confondendolo con viale Venezia, oggi
delle Mille Miglia.
Maurizio
Toscani